Oggi tocca a Gianfranco Fini.
Il giorno dopo essere stato messo di fatto alla porta del Pdl e sfiduciato come presidente della Camera dal premier Silvio Berlusconi, sarà lui a parlare. Fini terrà una conferenza stampa per chiarire quale sarà il suo futuro. Ieri sera il presidente della Camera ha già fatto sapere che non intende lasciare l’incarico. E ora in gioco c’è la collocazione dei parlamentari che fanno riferimento a lui: si parla di almeno 34 deputati e 13-14 senatori. Fini sarebbe pronto a formare gruppi autonomi e nonostante le rassicurazioni sul sostegno all’esecutivo il centrodestra, soprattutto a Montecitorio, potrebbe perdere di fatto la maggioranza. In queste ore si susseguono contatti e riunioni dei finiani di più stretta osservanza, impegnati ad accertare quanti parlamentari siano davvero disposti alla ‘ropture’.
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Bersani: premier subito in Parlamento
Dal centrosinistra, Pier Luigi Bersani ha chiesto formalmente questa mattina in aula alla Camera che Berlusconi vada in Parlamento a riferire su quanto è accaduto. «Il capo del governo certifica in modo solenne la frattura incomponibile nel maggior partito di maggioranza», ha detto il segretario del Pd. «Il presidente del Consiglio ha sfiduciato il presidente della Camera arrogandosi un potere non suo», ha aggiunto, ora «venga in Parlamento a spiegarci e consentire di discutere». Bersani ha riunito di buon mattino a Montecitorio deputati e senatori per discutere di quella che per il Pd è di fatto una crisi di governo. E per concordare le prossime mosse.
Franceschini
Il capogruppo dei deputati Dario Franceschini ha chiarito che «gli accordi parlamentari sull’ordine dei lavori assunti ieri nella conferenza dei capigruppo sono superati». Non è escluso dunque che il Pd faccia ostruzionismo sui due decreti approdati oggi in aula.
Cicchitto: con Fini venuto meno il rapporto
Tutt’altra lettura della situazione ha dato Fabrizio Cicchitto. «È venuto meno il rapporto che si era acceso quando lo abbiamo eletto presidente della Camera e siamo davanti a una questione politica, a un dato su cui Fini deve riflettere», ha detto il presidente dei deputati del Pdl, «serve un chiarimento politico e istituzionale, che verrà fatto ma che non implica che il presidente del Consiglio venga a riferire sulla maggioranza del governo che è salda e che nessuno ha messo in discussione».
Le previsioni dell’opposizione si basano anche sull’appoggio esterno al governo di cui parlano i finiani. Che, tuttavia - stando alle prime dichiarazioni - non viene avallato dal Presidente della Camera che promette fedeltà all’esecutivo. «Per quanto mi riguarda non ho nessuna difficoltà a continuare una collaborazione con validi ministri», assicura il Presidente del Consiglio, appena compiuto il primo passo di un cammino a ritroso verso la sua nuova Forza Italia. Il Pdl si rompe fragorosamente. Granata, Bocchino e Briguglio deferiti al Collegio dei probiviri. Inizia con questo annuncio l’Ufficio di presidenza del Pdl, mentre il Tg1 di Minzolini - a riunione appena avviata - spiega agli italiani che il divorzio tra Berlusconi e Fini è solo un atto di chiarezza. Spaccatura inevitabile, quindi. In Transatlantico, nel pomeriggio, gli uomini del Presidente della Camera annunciavano gruppi parlamentari autonomi «nel caso in cui uno solo di noi venisse sottoposto a provvedimenti disciplinari».
Ed è stato fissata per stamattina la costituzione di raggruppamenti finiani a Montecitorio e a Palazzo Madama. Una giornata contrassegnata dalle esibizioni muscolari e dal ping pong di avvertimenti tra l’uno e l’altro campo, quella di ieri. I propositi del Cavaliere di espellere Granata, Bocchino, Briguglio e se possibile anche Fini, rilanciati dai giornali di ieri, si «ammorbidivano» nel corso delle ore per lasciare il posto a proposte di più blande «sospensioni» dal Pdl per tre o sei mesi dei «dissidenti». Poi, nel pomeriggio, dopo un vertice a Palazzo Grazioli, il Pdl Quagliariello annunciava addirittura che nell’Ufficio di presidenza previsto per la serata si sarebbe parlato solo «di politica» e non di «carte da bollo». Previsione smentita.
La linea soft che avevano consigliato al premier per tutta la giornata i vari Letta, Moffa, Augello, Menia e lo stesso Cicchitto (un duro documento di censura, senza provvedimenti amministrativi contro i finiani) è stata prima accettata, poi rimessa in discussione dal premier, a mano a mano che si riversavano sulle agenzie le notizie di fonte finiana sul numero crescente di deputati e senatori pronti a lasciare i gruppi Pdl. «Trenta, 31, 33, 34……». Un modo per «convincere Berlusconi a mettere da parte eventuali provvedimenti disciplinari» che, però, sortiva l’effetto opposto. «La guerra dei numeri è sempre, fra gli atti ultimi di una separazione quello più umiliante», spiegava Osvaldo Napoli, fedelissimo del Cavaliere - In realtà si ignora deliberatamente che entrambe le parti si fanno del male…». Anche Berlusconi dovrà vedersela con le ricadute d’immagine di un poco liberale «ghigliottinaggio del dissenso».
UN BALLETTO DI DOCUMENTI Colombe battute dai falchi, quindi, tra i fedelissimi del Cavaliere. Un vero e proprio balletto di documenti. Limature, emendamenti, modifiche, aggiustamenti. Un tira e molla che marciava di pari passo con i cambiamenti d’umore del Presidente del Consiglio. Il testo era stato ammorbidito durante il vertice informale convocato a Palazzo Grazioli nel primo pomeriggio con coordinatori e capigruppo, poi l’atto d’accusa nei confronti del Presidente della Camera era stato riportato alla versione iniziale stilata da Bondi. Berlusconi in prima persona ha voluto il riferimento esplicito all’assoluta incompatibilità di Fini «con i principi ispiratori del Pdl» e «con gli impegni assunti con gli elettori».
E con la carica di Presidente della Camera, visto che sarebbe venuto meno il «ruolo di garanzia» del cofondatore, messo alla gogna perché ha osato esprimere posizioni diverse sulla legalità e sulla democrazia interna al Pdl. Un invito esplicito a lasciare la terza carica dello Stato, quella del Cavaliere. «La presidenza della Camera non è nella sua disponibilità - replica l’interessato - Io non mi dimetto». E per il Pd, come dice Franceschini, «Fini è il Presidente di tutti». Ma il braccio di ferro continua fino alle «estreme conseguenze», perché Berlusconi annuncia «iniziative» dei parlamentari azzurri per sfiduciare «chi ha fatto un suo partito nel Pdl». «In questo modo non si poteva più continuare», ha sentenziato il Cavaliere, non più «disposto» a tollerare «il dissenso». Deferimento ai probiviri dei finiani, quindi, «con la condivisione dell’Ufficio di presidenza: 33 favorevoli e 3 contrati».
30 luglio 2010
Fonte: L’Unità.it