Conferenza Provinciale Autonomie Locali 19 ottobre 2010

19 Ottobre 2010
17:00a20:00

 

 

Ai sensi e per gli effetti delle disposizioni previste dall’art. 3 della Legge Regionale 5 settembre 1992 n. 46 è CONVOCATA LA CONFERENZA PROVINCIALE DELLE AUTONOMIE LOCALI PER IL GIORNO 19 OTTOBRE 2010 ALLE ORE 17:00 PRESSO LA SALA DEL CONSIGLIO PROVINCIALE DI ASCOLI PICENO, PIAZZA SIMONETTI N.36.

 

OGGETTO: L.R. n. 31/2009, ART. 40: PREDISPOSIZIONE PROGRAMMA STRAORDINARIO PER LA MESSA IN SICUREZZA DEGLI EDIFICI SCOLASTICI - RIPARTIZIONE RISORSE TRA I TERRITORI PROVINCIALI - INDIRIZZI E CRITERI PER LA FORMAZIONE DEL PROGRAMMA.

Versione scaricabile in pdf: Convocazione_CPA_19_ott_2010


Ridotta all’osso la funzionalità del ‘Palazzo del Lavoro’ di via Mare a Porto D’Ascoli

“Ridotta all’osso la funzionalità del ‘Palazzo del Lavoro’ di via Mare a Porto D’Ascoli. La Provincia, dopo averlo inaugurato in pompa magna solo un anno fa, sembra essersene completamente dimenticata. Una struttura che potrebbe ricoprire un ruolo importante nella ricerca di nuovo sviluppo di un territorio in crisi drammatica, è invece attualmente depotenziata, sia in termini di risorse umane ad esso dedicate, che come progettualità”

 

 

Ridotta all’osso la funzionalità del Palazzo del Lavoro di via Mare a Porto D’Ascoli. Sono già lontani, eppure non sono trascorsi che pochi mesi, i fasti e le parole roboanti pronunciate dal Presidente della Provincia Piero Celani in occasione della sua inaugurazione, avvenuta in pompa magna con tanto di proclami e promesse, come al solito disattese.

La realtà è che a distanza di un anno, il Palazzo del Lavoro, sul quale si è investito molto sia economicamente che in termini di progettualità tese a ridare stimoli efficaci al mondo del lavoro rivierasco, si trova invece in una situazione alquanto precaria.

Saranno si e no 4 o 5 i dipendenti rimasti ad operare nel Centro Locale per la Formazione e nel Centro per l’Impiego, che ovviamente non possono riuscire ad assolvere in toto i bisogni degli utenti – nel frattempo aumentati sia i primi che i secondi, per effetto del perdurare della crisi economica, produttiva ed occupazionale che affligge il Piceno -, con il Centro Locale per la Formazione che da un anno non riesce più ad organizzare alcun corso. Con i pensionamenti di questi giorni poi, rischia di fatto la chiusura. Una chiusura che, se si determinasse, avverrebbe con l’assenso della Provincia e nel più totale silenzio delle parti sociali.

Paradossale, per un territorio che vuole uscire dalla crisi e per un’Amministrazione Provinciale che, pur disponendo di strutture atte ad affrontare e forse risolvere qualche problema, le lascia morire rimanendo impassibile.

Nelle scorse legislature avevamo gettato le basi per sviluppare in loco il connubio “Scuola-Lavoro-Formazione”, tant’è che proprio nel Palazzo ex Vannicola insiste una università – la Politecnica delle Marche -, con la quale si sarebbe dovuto sviluppare un rapporto di interscambio atto a rilanciare le peculiarità possedute, ad iniziare dalle intelligenze.

Si capisce dunque il rammarico ed il dispiacere di chi scrive, per quanto oggi è sotto gli occhi di tutti. Tutto ciò, al di là della polemica politica, che a questo punto diventerebbe sterile e non aiuterebbe di certo a risolvere i problemi, che come detto sono tanti.

Il problema, su cui mi preme tornare in quanto ritengo sia centrale, è che questa Amministrazione Provinciale non evidenzia alcuna progettualità politica sulle tematiche del lavoro e della formazione professionale. In un momento nel quale bisognerebbe essere vigili, con orecchie tese ed occhi ben aperti, onde poter cogliere la minima opportunità che potrebbe presentarsi, la Provincia li chiude (gli occhi).

 

San Benedetto del Tronto, 4 ottobre 2010

 

Emidio Mandozzi

Capogruppo Pd

Provincia di Ascoli Piceno


Bersani: “Stato e società camminino assieme”

 

“Noi dobbiamo rendere più umana la nostra società e per farlo dobbiamo funzionare con cultura politica e unità d’azione perché siamo un’associazione che coltiva la libertà, il dibattito, la discussione. E’ il nostro compito”. Parte da qui Pier Luigi Bersani concludendo DemocraziaLavoro, la scuola politica del PD. Il segretario del PD spiega che “Democrazia e lavoro sono parole attaccate per noi, siamo nel pieno di un passaggio epocale in cui non è possibile non essere democratici ma abbiamo una crisi profonda della democrazia rappresentativa. la democrazia è stata inventata per decidere attraverso la partecipazione se non lo fa perde credibilità, i cittadini si sfiduciano. Certo essere informati per deliberare è complicato e non si può pensare di risolverlo solo con internet, perché l’informazione non è conoscenza, servono schemi logici, gerarchie di info, aumentano i meccanismi di delega. Scatta il meccanismo della delega a dei custodi mentre i meccanismi sono deboli, si vota anche in Russia, Iran, Venezuela, Thailandia.
E nei paesi democratici? Si è tutti sotto la pressione di modelli a sfondo populista, attenuati o accentuati, con regressioni sul piano democratico, formazioni reazionarie e se non attiviamo meccanismi di controllo tutte le democrazie scadranno nel populismo. A casa nostra dobbiamo rafforzare la democrazia essendo fedeli ai principi fondamentali della Costituzione, estendiamo la democrazia, senza ingenuità ma con compromessi con nuove realtà come l’immigrazione,evitando la deriva autoritaria”.

LA CRISI ECONOMICA
“Abbiamo avuto anni di crescita con un baco forte all’interno come dimostra questa crisi, che ha aumentato el diseguaglianze in modo impressionante. C’erano alternative? Certo, pensate a quando l’avvento dell’informatica ha cambiato il capitalismo mondiale, cercando investitori per far girare le nuove tecnologie, sono state richieste regole simili nei diversi paesi, si sono ristrutturate imprese e assetti proprietari. Poi ci sono state distorsioni profonde nelle economie reali e nei processi distributivi, negli USA per 15 anni i salari sono stati fermi, non si è investito sul welfare e c’era solo l’indebitamento con mutui e carte di credito, e Tremonti voleva farci far lo stesso nel 2002, ricordiamolo…l’idea era che col debito ci si arricchiva, il valore della casa si sarebbe rivalutato per tutti. Io dissi: vuol farci vender casa per comprar la pizza e ora non c’è più né pizza né casa. Salari bassi come in Cina e una bolla immobiliare. Poi i cinesi con il primo grande piano sociale hanno investito sul welfare altrimenti le merci rimarrebbero invendute. Negli USA tutto è stato pompato da una domanda finta di debiti e ora le imprese son ferme.
Ma quel debito su chi vien giù? Chi lo paga? Il welfare? I servizi, le condizioni sociali?
Nel mio viaggio negli USA ho portato una proposta del NENS: una bad company per i debiti, una tassa mondiale sulle transazioni finanziarie così che sia la finanza a pagare i danni che ha fatto e non i cittadini. Questa proposta non è stata contesta perché sbagliata ma perché mi dicevano: non è possibile, ma bisognerebbe mettere insieme i paesi, l’FMI mi ha detto: facciamo una tassa sulle banche. Si così la paga il consumatore, ho già capito. E’ una questione di rapporti di forze, la finanza è diventata una forza reale.
Dobbiamo mettere regole, sostenere i mercati interni per assorbire la capacità produttiva, il modello export applicato a USA, Cina, Brasile, Germania non funziona, dovremmo vendere a Marte. L’Europa può controllare la finanza, suscitare investimenti, aprire un mercato interno con 150 milioni di europei che oggi non possono comprare le auto come l’energia dove costa di meno. Non lo stiamo facendo e in Italia abbiamo perso il doppio del PIL degli altri paesi, abbiamo preso una botta molto grossa e rischiamo di uscir dalla crisi vedendo ridimensionata la nostra base produttiva.
Oggi Marchionne dice che aspettar la crescita senza far niente è un atto di fede. Oggi. L’avesse detto2 anni fa ci dava una mano, sia che si partisse dalla visione berlusconiana del non far nulla che la crisi non c’era che da quella epocal-castastrofica di Tremonti che stava per saltar anche la Cina e non c’era da far niente. Siam stati senza far niente. Il bello è che ci dicono solo di non far danni come la Grecia non ci chiederanno di crear lavoro perché c’è una guerra ormai per garantirsi posti di lavoro. Vogliamo capirlo che si fregano le mani se pur non andando in default rinunciamo alla nostra base produttiva… dobbiamo avere un sogno perché siamo migliori di quel che ci succede, ma non siano favole, sia lo sforzo di cambiamento, di riforma, dove chi ha di più deve dar di più altrimenti è inutile governare. Lavoro e legalità, lavoro e riscossa civica sono il fulcro riassuntivo di quel che dobbiamo fare, il titolo di tutti i temi concreti di proposte e riforme”.

L’IMPORTANZA DEL LAVORO.
Nella classicità il lavoro era condizione servile, nel post-moderno siamo arrivati al lavoro come gioco, quasi disprezzato. Noi veniamo da una civiltà giudaico-cristiana che ci ha detto che il lavoro è fatica, condanna pe ri peccati ma anche una via di purificazione da ora et labora alle cattedrali dove sotto il sacro son rappresentati nelle formelle gli artigiani che lavorano, altro che disprezzo. Poi nel rinascimento l’uomo vice-dio che aveva il compito di creare la realtà lavorando, pensiero e azione diceva Pico della Mirandola, e le utopie erano tutte fondate sulla società del lavoro, anche al riforma protestante. Poi l’industrializzaizone, l’alienazione e il riformismo per liberare il lavoro con i diritti sindacali. Poi siamo arrivati ai consumatori, ancora più ampia come definizione, siam tutti consumatori: lavorare non è tutto certo può dirlo solo chi il lavoro ce l’ha. Cioè, se chiamiamo cittadinanza l’insieme di diritti economico-sociali e la possibilità di aver relazioni è chiaro che è più del lavoro ma non può esserci cittadinanza senza lavoro e la persona senza lavoro è diminuita. Non è solo casa e mangiare, lavorare è avere la tua quota di trasformazione del mondo. E lavoro non è solo quantità, i cattolici parlano di ricomposizione tra persona e lavoro, cioè di qualità di lavoro. In primis conoscenza, formazione, senza si rimane fuori, non c’è articolo 18 che tenga. E il lavoro è dipendente, autonomo,professionale, dell’artista e dell’artigiano. Lavoro per chi lavora bene e con le regole, che includono la tutela di chi lavora. Si parla di diritto del lavoro perché si riconosce che c’è un soggetto più debole che va tutelato. E nel lavoro può esserci il conflitto, che si ricompone cercando di migliorare le condizioni. Quando diciamo lavoro ci rivolgiamo a questo universo e pretendiamo che sia messo al centro della riscossa del paese contro deregolazioni, posizioni di rendita, corporative, regressive. Credo sia la chiave giusta in Italia, dove si ha bisogno di riprendere la strada con una scossa. Alleggeriamo il carico fiscale su famiglie e basso reddito, recuperiamo evasione fiscale e rendite e generiamo lavoro e un nuovo welfare che deve e può dare buona occupazione.
C’è anche un problema regolativo balzato all’attenzione quando in assenza del ministro dello sviluppo economico che mastro Geppetto starà facendo di legno.
Certo siamo ancora tra i partiti progressisti più grandi d’Europa perché il dumping della globalizzaizone ha dato una frustrata ai paesi dove siamo visti come chi ha voluto il welfare andato in crisi. Mentre la destra ha cavalcato il protezionismo e il ripiegamento culturale, dia chiudiamoci in casa. Che ci insegna che non può esistere il riformismo in un solo paese, ma al conservazione sì, dobbiamo darci una dimensione europea. Qui la risposta alla Sacconi è meno stato più società. Per l’amor di dio può contenere cose buone come lo stimolo alla sussidiarietà, ma se oltrepassa un limite vuol dire che si mettono in gioco dei diritti comuni stabilendo che tutto è derogabile se in due lo si pattuisce. Bisogna però vedere cosa si dà e cosa si tiene come diritto comune, universale. Qui dobbiamo dire delle cose chiare: quel che non è accettabile da Marchionne o Sacconi è che si dica che metà degli italiani ha capito e la metà no. Sappiamo tutti che ad esempio il padrone non è più quello di una volta che decideva lui ed il mercato era locale, mentre oggi è su una barca che può affondare. Ogni lavoratore sa che con la sua azienda sulla stessa barca, che non ci sono i magazzini e le commesse van fatte in tempo reale, ognuno sa che bisogna spostare sulla dimensione aziendale una serie di pattuzioni su salari, investimenti ect-. Il problema è la regolazione, e qui torniamo alla democrazia. lo si fa con meccanismi di partecipazione con contratti nazionali , accordi, sindacali e normative, nuove forme di rappresentanza e rappresentatività, con regole uguali a Pomigliano, al Lingotto o Fincantieri. Poi c’è la dimensione universale: stabiliamo che un’ora di lavoro precario non può costare meno di un’ora di lavoro stabile o diventiamo tutti precari? Non meno stato e più società ma stato e società devono darsi una mano.
E non dimentichiamo che il mondo del lavoro è tutelato da elementi di corruzione eclatanti, come la legislazione speciale della protezione Civile che ha generato cricche perché quelle cricche hanno fatto queste leggi che distorcono il mercato. Ricolleghiamo riscossa economica e riscossa civica con serietà, onesta, legalità,regole. Basta barzellette. Noi ci siamo con le nostre proposte, riprendiamo contatto con la realtà adesso che siamo al secondo tempo del berlusconismo. Attenti che Berlusconi ha preso il largo nel ’94 nel discredito della politica e potrebbe anche lasciarci nel pieno discredito della politica, non guardiamoci le punte delle scarpe, guadiamo il corpo grosso del problema, a che c’è disaffezione, disillusione,s cogliona mento verso la politica. facciamoci vedere e diciamo le cose che la gente vive: lavoro, scuola, università, servizi, enti locali. Mobilitiamoci con un messaggio di concretezza e compresenza sui problemi. Facciamo vedere che abbiamo simpatia per la gente. Pensiero, azione e simpatia. E a noi la Lega ci fa un baffo. E lo si vedrà. Torniamo a casa con idee chiare e la disponibilità a metterci in movimento che il tempo è questo.

Fonte: http://www.partitodemocratico.it/dettaglio/108578/stato_e_societa_camminino_assieme


Mandozzi: “il MAP metta fine alla propria ambiguità politica”

  • Data: 6 Ott 2010
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“Il Map, per non rischiare di essere risucchiato nell’immobilismo di Celani deve mettere fine ad una propria ambiguità (politica) di fondo, dicendo a chiare lettere cosa pensa dell’operato del Presidente della Provincia sulla querelle della divisione territoriale, delle politiche del lavoro che continuano a rimanere evanescenti e di quelle urbanistiche”

La parte del “pesce in barile” non si addice ad un movimento che ha tratto la sua forza ed i suoi successi politici dichiarando guerra alla divisione della Provincia ed al malcostume della politica, rivendicando il ruolo di asse portante del “cambiamento” in seno all’istituzione provinciale, e per questo premiato dai cittadini/elettori.

Oggi non è più possibile cincischiare. Il momento di grave crisi continua ad incombere sul Piceno e sulle tante famiglie che sono sull’orlo del baratro. Ritengo quindi giusto e doveroso che chi si è presentato agli elettori come una forza in grado di imprimere una svolta, ancorché auspicata, nel modo di amministrare l’ente Provincia, prenda una posizione chiara e netta sull’operato di chi ne è alla guida.

Ovvero di quel Presidente Celani, al quale gli stessi esponenti del Map hanno più volte chiesto di esprimersi in merito a questioni pressanti, ed a prendere posizione su temi scottanti, arrivando a criticare, seppur velatamente, quanto noi del Pd abbiamo invece esternato da tempo.

Se è vero (come è vero), che il Presidente Celani non ha fatto un passo, neanche piccolissimo da formica, per ovviare ai tanti problemi susseguenti alla divisione territoriale, men che meno per rimettere in discussione (su basi giuridico/legali oltre che politiche) la divisione stessa in quanto a criteri adottati; se è vero (come è sacrosantamente vero) che la Provincia a tutt’oggi è completamente assente sui temi del lavoro dove mostra di non avere uno straccio di politica, cosa che anche il Map ha evidenziato in un recente passato; se è vero (come è vero) che la delega all’Urbanistica in mano al Presidente è un qualcosa che pesa e che è difficile da continuare a digerire, sia sotto il profilo meramente politico che etico, il Map ha il dovere di esprimere chiaramente la propria posizione davanti al consiglio provinciale, dove occupa cariche preminenti.

Dove è finita la verifica di maggioranza che lo stesso Map aveva chiesto a gran voce al Presidente, sui temi sopra esposti? Condividiamo le preoccupazioni del Movimento Autonomo Piceno, che sono anche le nostre, ma proprio per allontanare sentori di ambiguità crediamo sia bene che si faccia chiarezza, almeno sulle posizioni politiche. Stanchi della “politica degli annunci”, di cui Berlusconi è gran maestro, non vorremmo che ciò si ripetesse anche a livello locale.

E’ per questo che sento di lanciare un appello agli amici del Map a che facciano chiarezza al più presto rispetto alla propria posizione politica, al fine di non rischiare di essere risucchiati nell’immobilismo del Presidente Celani, nel mentre il territorio si accinge a vivere (ed a scontare sulla propria pelle) l’ennesimo autunno di crisi, che si preannuncia – ancora una volta – molto caldo.

Lunedì 04 Ottobre 2010

 

Emidio Mandozzi, capogruppo PD Ascoli Piceno


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